Incipit, Faust .

Postati in Incipit, Libri con i tag , , su 20 aprile 2012 da cosmo


Ondeggianti figure, che, un giorno, appariste al mio sguardo turbato, vi avvicinate nuovamente.
Tenterò, forse, questa volta, di trattenervi ? Sentirò il mio cuore ancora incline ai sogni di allora ?
Ma voi mi fate ressa intorno. Sta bene. Sia dunque in vostro potere il modo in cui salite verso di me, su dalle nebbie, dai vapori.
Il mio petto si sente giovanilmente commosso dal soffio incantatore che circonda, simile ad un nembo, il vostro corteo.

Vi seguono immagini di giorni sereni e più di una cara ombra sale su con voi.
Simili ad una vecchia e svanita saga, risorgono in me
e il primo amore e l’amicizia.
Il dolore si rinnovella, il rimpianto ripercorre l’errabondo e labirintico corso della vita
ed enumera i nomi dei buoni che il destino defraudò delle ore felici
e sono scomparsi prima di me.
Le anime per le quali cantai i primi canti, non udiranno i nuovi che seguiranno;
lo stuolo degli amici è disperso, spenta ne è, ahimè, la prima eco.
Il mio dolore si espande verso una folla ignota;
persino il suo applauso opprime il mio cuore, e quelli che, un tempo, si rallegravano del mio canto,
se ancora vivono, errano dispersi per il mondo.
Ed una nostalgia, un desiderio, non più provati da molto tempo,
mi traggono verso quel muto ed austero mondo di spiriti.
Ecco, il mio bisbigliante canto vibra in accordi indistinti, simili ad un’arpa eolica.
Un brivido mi afferra; le lacrime si sciolgono
ed il duro cuore si sente dolcemente intenerire;
vedo come lontano quanto posseggo e ciò che era scomparso riprende, per me, concreta realtà.
Johann Wolfagang Goethe

Incipit, Zanna bianca .

Postati in Incipit, Libri con i tag , , , su 11 aprile 2012 da cosmo

“L’ultimo bagliore del tramonto si spegneva sulle deserte solitudini gelate e, contro l’indistinto colore del cielo, più viva spiccava la massa scura degli abeti che premevano e incalzavano il corso gelato del fiume.
Il vento che sino allora aveva impazzato, strappando dagli alberi la veste gelata che li aveva ricoperti, ora aveva tregua.
Nessun rumore, nessuna voce d’uomo rompeva quel silenzio, e la natura, sempre uguale da che è nato il mondo, dominava incontrastata.
Vi regnava quasi un’ accento di riso, un ghigno ben più terribile di ogni tristezza, un riso tetro come il sorriso della sfinge, un riso freddo come il gelo, in cui si sentiva aleggiare la truce minaccia dell’ ineluttabilità.
Era la saggezza imperiosa dell’ eternità che irrideva alla futilità della vita e agli sforzi dell’umanità.
Era il “Wild”, il selvaggio “Wild” della Terra del Nord, dal cuore di ghiaccio.”

Jack London

Solitudini d’autore .

Postati in Libri con i tag , , , , su 8 aprile 2012 da cosmo
“La solitudine è indipendenza:
l’ho desiderata e me la sono conquistata in tanti anni.
E’ fredda, questo sì, ma è anche silenziosa,
meravigliosamente silenziosa
e grande come lo spazio freddo e silente
nel quale girano gli astri.”
Herman Hesse
•••
“La solitudine è per me una fonte di guarigione
che rende la mia vita degna di essere vissuta.
Il parlare è spesso un tormento per me
e ho bisogno di molti giorni di silenzio
per ricoverarmi dalla futilità delle parole.”
Carl Gustav Jung
•••
“È soprattutto nella solitudine
che si sente il vantaggio di vivere
con qualcuno che sappia pensare.”
Jean J. Rousseau
•••
“Vivo in quella solitudine che è penosa in gioventù,
ma deliziosa negli anni della maturità.”
Albert Einstein
•••
“Non ho mai trovato il compagno che mi facesse
così buona compagnia come la solitudine.”
-
“Ho un bel pò di compagnia in casa, sopratutto di mattina,
quando nessuno viene in visita.”
Henry David Thoreau
•••

Incipit, Moby Dick .

Postati in Incipit, Libri con i tag , , , , , su 6 aprile 2012 da cosmo

Chiamatemi Ismaele.

Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che io ho di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.”

Herman Melville, Moby Dick, trad. di Cesare Pavese

Incipit .

Postati in Libri con i tag , su 6 aprile 2012 da cosmo

Incipit (pronuncia ìncipit; dal verbo incipĕre, “incominciare”), spetta a lui la colossale impresa di “partorire” un libro, quasi come se da lui ne dipendesse poi tutto il contenuto, quasi come se, l’autore, non fosse che il povero cantastorie, il menestrello che in qualche parte del mondo ha udito quei versi sciagurati, ed ora, con una memoria che non gli appartiene e con membra di marionetta, si china sul foglio per mettere al mondo un’idea di qualcun altro, un sussurro udito altrove che starà poi a lui far crescere e fiorire. Povera nutrice dal futuro incerto che scommette su un figlio non suo. Ma gli Incipit non cadono dal cielo, bisogna trovarsi nel momento giusto al posto giusto..e, a volte, nel posto sbagliato..e data la morìa che consegue dalla soddisfazione di queste condizioni molti si cimentano con le loro forze nella loro creazione, precipitando con volo silenzioso, nel baratro crescente che separa il mito dalla dilagante banalità.

Una raccolta, che da tempo ho in mente, dei grandi Incipit che mi sono trovato ad incontrare nelle mie peregrinazioni letterarie, quanto mai disparate e vagabonde cercando, per quanto possibile all’ intelligenza umana, di discernere ove si trovi il mito e ove, invece, si lambisca a malapena il talento.

cosmo

Baba Yaga, la strega dei ghiacci .

Postati in Libri, Mitologia con i tag su 11 febbraio 2012 da cosmo

“Nei racconti russi, impersona una vecchia strega che si sposta volando su un mortaio, utilizzando il pestello come timone e che cancella i sentieri nei boschi con una scopa di betulla d’argento.

Vive in una capanna sopraelevata che poggia su due zampe di gallina, servita dai suoi servi invisibili. Il buco della serratura del portello anteriore è costituito da una bocca riempita di denti taglienti; le mura esterne sono fatte di ossa umane. In una variante della leggenda, la casa non rivela la posizione della porta finché non viene pronunciata una frase magica.”

………………………..

Al giorno d’oggi è una figura che viene spesso usata dagli autori nei loro libri perla trasposizione della moderna strega malvagia. Ma in Russia viene ancora oggi usata in alcuni paese rurali come storia per spaventare i bambini. Come da noi l’uomo nero.
Si dice che la sua figura comunque nn fosse tutta frutto della fantasia ma che una donna che abitava in una foresta nel cuore della Russia, isolata da tutti, avesse influnezato queste storie.
Secondo la tradizione, nonna del diavolo. Nelle lingue slave, baba significa “vecchia”, “nonna”. Baba Yaga è rappresentata come una vecchietta brutta e minuta, con un grosso naso deforme, lunghi denti, gambe ossute e capelli arruffati, che vive in una casetta poggiata su zampe di gallina. In alcune storie è un demone che mangia i bambini, o ammassa avidamente metalli preziosi.

Il regalo della Strega.

“Ivan camminò per ore seguendo i venti e quando scese la mezzanotte era una mezzanotte senza stelle e non si poteva distinguere una roccia da un mostro. Ivan aveva freddo e fame e fuochi gialli brillavano fra i tumuli. Ivan si incamminò dentro l’accampamento cercando di non sentire le voci che sussurravano dalle fiamme, dalle pietre e da quegli uomini scuri che erano gli Uomini della Luna e che non e’ dato vedere ad ora di pranzo. Quando Ivan scorse la Casa si sentì meglio, perchè la Casa si reggeva su due possenti zampe di gallina e non rispondeva a nessun nome che non fosse il suo. Davanti alla soglia la strega stava piangendo e si stava spulciando i capelli sudici con quelle cose che aveva in fondo a quei moncherini che aveva per braccia.
“Che stai facendo vecchia?”
“Cerco il mio anello,” pianse la strega, che era Baba Yaga, “ho perso un anello nei miei capelli: lo cerco lo cerco LO CERCO ma non lo trovo!” Allora Ivan allungò le mani in quel cespuglio vivente che era la sua capigliatura e quando le estrasse le dita avevano il colore della polvere e del burro ma stringevano un anello di rubino. Baba Yaga se lo infilo’ e inizio’ a tossire e a sputare sangue.

“Un anello,” bercio’, “ne-a-go-ha.” Era rossa come il fuoco. Ivan mise una mano nella bocca della strega tanto che lei avrebbe dovuto staccargliela a morsi. E lo fece, quasi, ma Ivan fu rapido e estrasse la mano e le sue dita eran piene di saliva e stringevano un anello d’argento. Baba Yaga se l’infilò. Subito la strega strabuzzo’ gli occhi e indico’ il fuoco.
Quale credi sia il misterioso regalo della Strega?
Quando Ivan aprì gli occhi si ritrovo’ solo col suo dono. Avrebbe tanto voluto farne a meno. Il mastino pesava almeno cinque tonnellate e schiumava dalla bocca. Ivan aspettò, paziente, d’esser sbranato. Aspettò. Non successe. Un po’ rincuorato Ivan rivaluto’ la situazione da punti di vista pio’ interessanti e, fissando il mostro con aria severa gli ordino’, flebile: “Trova Koschei, il Gigante.” A queste parole il cane lo afferro’ brutalmente per la schiena e si lancio’ in una folle corsa lungo le Fredde Terre Senza Nome.

Sotto le sue zampe l’erba si incendiava e contro il suo collo le montagne si sbriciolavano e sul suo pelo le mura crollavano e le donne, in tre paesi, persero il latte. Sette giorni e sette notti piu’ tardi il mastino si fermo’ nel Bosco degli Interni e nel cuore del bosco Ivan vide una scrofa bianca, enorme. Il mastino la caccio’ e l’uccise e dalla sua pancia pallida usci’ una lince. Il mastino la caccio’ e l’uccise e dalla sua pancia pallida usci’ un coniglio e Ivan raccolse il coniglio morto dalle fauci del mostro. Poi col coltello gli apri’ con cura lo stomaco e dentro vi trovo’ un uovo cosi nero come lo e’ solo il buco del culo del Diavolo. Rincuorato Ivan ando’ al castello di Koshei l’Immortale, che era li vicino, e ordino’ al gigante di liberare subito la principessa. Koshei lo guardo’ ben bene e batte’ forte le mani dal divertimento e rise tanto da squassare il cielo. Quando infine si placo’ disse queste parole:

“Io sono Koshei e sono Immortale perchè il mio cuore e’ nascosto.”

Strinse agilmente un possente randello di quercia. “Uomo,” disse, “perchè non dovrei ridurti a pezzetti con il mio randello e poi ridurre quei pezzetti in pezzetti ancora piu’ piccoli?”

Ivan sorrise al gigante e gli ruppe in testa l’uovo dentro cui un tempo egli aveva nascosto il suo cuore. Koshei mori’ all’istante, cadendo come una vecchia torre. Ivan riporto’ la principessa in patria e la sposo’. Ebbero ventitre’ figli.”

 

cosmo

Sotto una piccola stella

Postati in Libri con i tag , , su 2 febbraio 2012 da cosmo

“Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finchè vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
E poi fatico per farle sembrare leggere.”

Wislawa Szymborska

(Kórnik, 2. 7. 1923 – Cracovia, 1. 2. 2012)

Il nostro corpo decade, il nostro pensiero si spegne, la nostra volontà sprofonda, credevamo di essere per sempre e già i vermi banchettano con tutto quello che eravamo, la speranza nell’ immortalità, forse quella, lei sola, non ci abbandona mai; Ma prendete un pugno di parole elette e i vermi mangeranno solo scorza vuota, niente sostanza, niente energia . Altrove saranno a renderci immortali .

cosmo

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