Nell’antro di Sinbad il marinaio

[…]”Ebbene, questa specie di confettura verde è l’ambrosia che Ebe
serviva alla tavola di Giove.”
“Ma codesta ambrosia” disse Franz, “passando per le mani degli
uomini, avrà certamente perduto il nome celeste per prenderne uno
umano. In lingua volgare, come si chiama questo ingrediente per il
quale non sento però di avere grande simpatia?”

“Ah, ecco precisamente” gridò Sindbad, “spesse volte noi passiamo
molto vicini alla fortuna senza vederla, senza guardarla, senza
riconoscerla. Siete un uomo positivo, e l’oro è il vostro idolo?
Gustate di questa, e le miniere del Perù, di Gizerate e di
Golgonda vi saranno aperte. Siete un uomo di immaginazione? Siete
poeta? Gustaste di questa, e le barriere del possibile spariranno;
vi si apriranno i campi dell’infinito, e passeggerete libero di
cuore, di spirito nei domini senza confine dell’ideale. Siete
ambizioso? Correte dietro le grandezze della terra? Gustate di
questa, e dopo un’ora sarete idealmente, non re di un piccolo
regno nascosto in un angolo d’Europa, come la Francia, la Spagna o
l’Inghilterra, ma sarete il Re del mondo. Il vostro trono sarà
eretto sopra le montagne di Satanasso e senza aver bisogno di
fargli omaggio, senza essere costretto a baciarne gli artigli,
sarete il sovrano, padrone di tutti i regni della terra. Non vi
tenta ciò che vi offro, dite? Non vi sembra cosa facile?
Osservate!”
A queste parole scoprì la piccola tazza di argento dorato che
conteneva la sostanza tanto lodata, prese un cucchiaio da caffè di
questa confettura magica, la portò alla bocca, e l’assaporò
lentamente con gli occhi semichiusi e la testa rovesciata
all’indietro.
Franz gli lasciò tutto il tempo di sorbire il suo cibo favorito;
poi quando vide che ritornava un poco in sé:
“Ma finalmente che cos’è questa vivanda preziosa?”
“Avete mai inteso parlare del Vecchio della Montagna, quello
stesso che volle fare assassinare Filippo Augusto?”
“Senza dubbio.”
“Ebbene, voi sapete che regnava in una ricca vallata dominata
dalla montagna di cui aveva preso il nome pittoresco. In questa
vallata c’erano magnifici giardini piantati da Hassen-Ben-Sabah, e
in questi giardini vi erano dei padiglioni isolati: in questi
faceva entrare i suoi eletti, e là faceva loro mangiare, disse
Marco Polo, una certa erba che li trasportava nell’Eden, in mezzo
a piante sempre fiorite, a frutti sempre maturi. Ora ciò che
questi giovani felici prendevano per una realtà non era che un
sogno, ma un così dolce, inebriante, un così voluttuoso sogno, che
si vendevano interamente a colui che lo elargiva, e gli obbedivano
ciecamente. Essi andavano a colpire in capo al mondo la vittima
designata, morivano fra i tormenti della tortura senza lamentarsi,
nella sola idea che quella morte che soffrivano non era che un
passaggio a quella vita di delizie di cui l’erba misteriosa, ora
avanti a voi, aveva dato un saggio.”
“Allora” gridò Franz, “è l’hashish. Sì, la conosco, almeno di
nome.”
“Precisamente, voi avete detto il suo vero nome, signor Aladino,
questo è hashish, tutto ciò che si fa di meglio e di più puro in
hashish ad Alessandria, l’hashish d’Abou Gor, il gran
confetturiere, l’uomo al quale si dovrebbe fabbricare un palazzo
con questa iscrizione:
AL MERCANTE DELLA FELICITA, IL MONDO RICONOSCENTE.”

“Sapete” disse Franz, “che mi viene voglia di giudicare da me
stesso quanto v’è di vero nei vostri sperticati elogi?”
“Giudicate: ma non siate soddisfatto di un primo esperimento. Come
in tutte le cose, bisogna abituare i sensi ad una così nuova
impressione, sia essa dolce o violenta, sia triste o gioconda. Vi
è una lotta della natura contro questa portentosa sostanza, della
natura che non è fatta per la gioia e che ci avvince al dolore.
Bisogna che la natura vinta soccomba nel conflitto; bisogna che la
realtà succeda al sogno, e allora il sogno regna come padrone,
allora è il sogno che diventa vita, e la vita diviene sogno. Ma
qual differenza in questa trasfigurazione! Paragonando i dolori
dell’esistenza reale ai godimenti della fittizia, non vorrete più
vivere, ma vorrete sempre sognare. Quando lascerete il vostro
mondo per passare al mondo degli altri, vi sembrerà di passare ad
una primavera napoletana da un inverno della Lapponia. Vi sembrerà
di lasciare l’Eden per la terra, il cielo per l’inferno. Gustate
dell’hashish mio caro, gustatene!”
Per tutta risposta Franz prese un cucchiaio di questa pasta
meravigliosa, misurato sulla quantità che ne aveva presa il suo
anfitrione, e la portò alla bocca.
“Diavolo!” disse, dopo avere inghiottito questa pasta divina. “Io
non so se il risultato sarà gradevole quanto dite, ma la sostanza
non mi sembra tanto saporosa quanto affermavate.”
“Perché le papille del palato non sono ancora adatte alla
sublimità della sostanza che gustano. Ditemi, la prima volta che
gustaste le ostriche, il tè, il porter, i tartufi, li assaporaste
con tanto piacere quanto ne aveste poi in seguito? Comprendereste
il piacere che provavano i romani nel condire i fagiani con
l’assafetida, ed i cinesi, che mangiano i nidi delle rondinelle?
Eh, mio Dio, no. Ebbene, è lo stesso con l’hashish: mangiatene
soltanto otto giorni di seguito, e poi, nessun nutrimento al mondo
vi sembrerà della squisitezza di questo, che oggi vi sembra forse
fetido e nauseante.[…]

Alexandre Dumas

[il conte di Montecristo]

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